Le modifiche alla direttiva madre figlia contro la pianificazione fiscale aggressiva

Fatta la legge, trovato l’inganno” recita l’antico adagio. E questa è una delle tante declinazioni del proverbio, che riguarda uno dei cardini centrali della fiscalità transnazionale europea, la Parent-Subsidiary Directive (cd. “Direttiva Madre Figlia”), ossia la direttiva 2011/96/UE

Nata per evitare il fenomeno della doppia imposizione e stimolare gli investimenti intra-comunitari delle società dei Paesi UE, la direttiva si era trasformata infatti, in taluni (limitati) casi in una sorta di convenzione di “non imposizione”, tout court, di rilevanti asset reddituali.

Scopo principale della Direttiva infatti è quello di evitare fenomeni di doppia imposizione internazionale su un unico flusso di dividendi provenienti da una società controllata in uno Stato e diretti verso la società madre residente in altro Stato. In tal caso il  legislatore comunitario ha voluto evitare che gli utili distribuiti dalla società partecipata fossero assoggettati a ritenuta d’acconto e poi tassati nel luogo di stabilimento della società madre ed ha previsto che i dividendi percepiti dalla società madre vengano esentati da imposta ovvero, in alternativa, venga ammessa in deduzione la frazione dell’imposta pagata dalla società figlia a fronte del medesimo flusso di dividendi.

La direttiva tuttavia conteneva una grave lacuna in tema di finanziamenti “ibridi” che si atteggiavano, per alcuni aspetti, come strumenti di debito, ma che celavano in realtà una remunerazione del capitale in termini di “dividendi mascherati”: in alcune legislazioni nazionali, infatti tali finanziamenti sono fiscalmente qualificati come “obbligazioni” aventi natura finanziaria, in altre sono invece assimilati ai mezzi di partecipazione al capitale di rischio e/o derivati: è il caso dei prestiti a lungo termine remunerati con utili dell’emittente, delle azioni privilegiate convertibili, e delle obbligazioni convertibili in azioni.

Un tale meccanismo ha indotto taluni gruppi multinazionali a sfruttare le disarmonie delle legislazioni nazionali attuando una pianificazione fiscale attenta (per quanto aggressiva!) che portava ad un fenomeno di “non imposizione”: le rimesse su tali finanziamenti, infatti potevano essere ammesse in deduzione nello Stato Membro della filiale, sulla base della legislazione fiscale di quello stato, e allo stesso tempo esentate da tassazione anche nel luogo di stabilimento della società madre, sulla base della legislazione fiscale dello stato in cui quest’ultima aveva la sede.

Al fine di rimediare alla lacuna normativa l’ECOFIN ha approvato nella seduta dell’8 luglio 2014 una norma diretta a negare la possibilità alla società madre di esentare da tassazione i dividendi percepiti, nella misura in cui tali somme vengano ammesse in deduzione nello Stato di residenza della filiale.

Viene così modificato l’art. articolo 4, paragrafo 1, della Direttiva la cui lettera a) è sostituita dalla seguente:

“a) si astengono dal sottoporre tali utili a imposizione nella misura in cui essi non sono deducibili per la società figlia e sottopongono tali utili a imposizione nella misura in cui essi sono deducibili per la società figlia; o”

A questo punto gli stati nazionali avranno un termine sino al 31 dicembre 2015 per adeguare le proprie legislazioni nazionali al principio fissato dal Consiglio.

Si tratta in definitiva di un provvedimento importante per evitare fenomeni elusivi, mantenendo stabile il sistema della direttiva madre-figlia e degli importanti benefici fiscali che lo stesso comporta per gli investimenti all’estero.

Avv. Alberto Michelis

Share this post

Related Articles

Leave a Reply

WordPress Anti Spam by WP-SpamShield

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.